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Il punto di vista di Govind – New Model Label 5/5 (2)

Dedicato agli addetti ai lavori, ecco il punto di vista di Govind, dell’etichetta discografica New Model Label che ci parla del panorama musicale attuale. Da semplici domande, forse scontate per i più esperti, sono nate considerazioni interessanti che possono suggerire a molti come muovere i primi passi in un mondo in cui oggi coesistono vecchie realtà e nuove modalità di divulgazione.

– innanzitutto, qualcosa di te

Sono un discografico che non fa il musicista, anche se suono tutti i giorni, ma non pubblico niente a mio nome da 20 anni. Altri colleghi invece, continuano ad essere sia discografici che artisti o ancora di più produttori musicali in studio come fonici o produttori artistici, altri campi da esplorare..

– fare un disco oggi: ha senso?

Se la musica ha qualcosa da dire, perché non farlo? Se poi ha senso stampare l’opera su supporto, questo è qualcosa che si può capire solo dal genere proposto. Del resto, non dimentichiamo che i costi da affrontare sono certamente minori rispetto a trent’anni fa, così come anche il mercato, a livello di numeri, offre possibilità meno eclatanti di un tempo.

– si può vivere di musica?

Si può ma come in ogni lavoro serve continuità, questo vale per artisti mainstream o anche per proposte più particolari…

– inviare demo e perché

Inviare demo ha senso, ma sopratutto è importante capire cosa si cerca in anticipo; ad esempio, i progetti di solisti o di gruppi in cui ci sia stato un minimo di storico e di attività, sono visti sempre meglio. Poi ci sono sempre le eccezioni, figure che ti colpiscono anche solo con due note registrate con un cellulare. Comunque, uno storico di pubblicazioni, anche underground e concerti, aiuta a cercare nuove collaborazioni.

– i costi per fare un LP. Chi se ne fa carico e di che cifre si parla?

I costi per la realizzazione di un disco possono essere davvero modesti al giorno d’oggi, si possono registrare album buoni anche con poche migliaia di euro, anche meno in home studio e poi ci si affida a professionisti per mix e mastering. Io ho sempre in mente “Bleach” dei Nirvana, registrato con un budget di 600 dollari, oppure pensiamo a “Zen Arcade” degli Hüsker Dü realizzato in 72 ore di studio senza interruzioni. Per fare questo però è necessario suonare sempre, essere affiatati, conoscere bene la musica e non funziona con tutti i generi.

In linea di massima la stampa di un cd in 500 copie costa meno di 1000 euro, mentre siamo intorno ai 1500 per 200 copie in vinile. Spesso si stabilisce a priori se l’investimento economico del progetto spetta alla casa discografica, in coproduzione con l’artista oppure, altra come ulteriore ipotesi, un master in licenza. Sono molte le formule, di conseguenza è normale che colui che si occupa della produzione esecutiva avrà in seguito la maggior parte dei ricavi.

Poi naturalmente c’è il lavoro di promozione e marketing.. si può partire dal gradimento e del passaparola, per salire con investimenti anche ingenti, proporzionati a quelli che sono i progetti.

– la casa discografica si occupa anche di promozione e concerti?

In alcuni casi sì, a volte le case delegano ad esterni; io preferisco occuparmene di persona, perché nella promozione di un disco o di un artista indipendente non ha molto senso dividere tra promozione su media stampa, radio, tv, tour. Invece, organizzare concerti è un altro mestiere, richiede figure con la giusta professionalità e responsabilità sia nei confronti dell’artista, sia nei confronti di un locale che si impegna ad ospitare o a produrre un evento.

– differenza tra editore e casa discografica

L’editore musicale si occupa della questione legata al diritto d’autore; l’etichetta si occupa invece sia della registrazione sia di fare fruttare ciò che viene da un master. L’editore spesso si rivolge ad altri addetti ai lavori, consulenti musicali, altri artisti o editori, registi, etc mentre, la casa discografica, ha come obiettivo vendere o comunque “lavorare” queste registrazioni verso il pubblico e quindi vendite, streaming. In alcuni casi, ad esempio per la proposta di brani in film o pubblicità, le due attività si vanno a sovrapporre.

– il caso Believe Digital e simili

Si tratta di aggregatori, società che si occupano di distribuire sulle piattaforme digitali il prodotto di etichette discografiche o artisti. Oggi nel panorama musicale coesistono diversi soggetti sul mercato: le poche major rimaste, le etichette indipendenti di varie dimensioni, aggregatori e distributori digitali come Believe, Tunecore, The Orchad e store digitali come: Spotify, Apple Music etc. oltre a forme ibride di etichette discografiche come quelle di brand come Redbull o Marshall, o ancora realtà che nascono da piattaforme di crowdfunding e agenzie di booking o management.
Un universo davvero vasto ed in evoluzione, dove muoversi può anche apparire complicato, anche se per l’artista, come è sempre stato, tutto ha inizio da un’idea musicale e dalla voglia di fare ascoltare le proprie emozioni.

– perché alcuni artisti si auto-producono o auto-distribuiscono e cosa comporta

Spesso è il primo passo necessario per accedere al mercato, se parliamo di esordienti. Succede però anche per artisti consolidati e qui è una questione di indipendenza, libertà artistiche, ma anche economiche o legate al fatto che grandi realtà discografiche non hanno staff sufficiente per seguire tutti i progetti e per cui si appoggiano a realtà esterne, ad esempio per la promozione. Poniamo il caso di un artista che riesce a generare 5000 copie di venduto nei concerti in Italia, collocandosi su una fascia medio-alta di mercato, con questo meccanismo riesce a trarre maggiori benefici, mentre per servizi come la distribuzione, si può affidare a società esterne che possono anche essere le stesse major, come anche realtà indipendenti. Ci ricolleghiamo quindi al discorso precedente: chi finanzia un progetto e ne gestisce in proprio vari aspetti, avrà poi una maggiore fetta dei proventi, come è naturale che sia.

– Che tipo di musica preferisci produrre – anche la Trap?

Mi piace pensare a un progetto artistico a 360 gradi, ovvero che possa avere un seguito non solo del digitale ma anche sul supporto fisico e nel live. Non ho particolari preferenze per un genere rispetto a un altro.
La Trap mi incuriosisce, anche se non appartiene alla mia generazione. Mi piace il fatto che sia una cosa nata davvero dai giovanissimi, ma penso che si siano già buttati in molti, come sempre sarà il pubblico a distinguere e decidere cosa può esistere e cosa no.

– colonne sonore: ci sono spazi dal mercato?

Ci sono sicuramente, anche se va considerata la grande offerta e spesso di buona qualità, da tutto il mondo. Anche in questo genere musicale, vale la regola di proporre qualcosa di originale, che altri non hanno e prestare attenzione a ciò che davvero viene utilizzato nel cinema e nelle pubblicità.

– genere cantautore italiano. Quale è la situazione del mercato attuale?

Una definizione che comprende molte cose, diciamo che ormai cantautore è chiunque da solista si cimenti in produzioni in italiano, un po’ diverse dal pop mainstream (tipo Ramazzotti o Nek per intenderci) ma comunque abbastanza tradizionali o a volte alternative. Nel panorama attuale ci sono diversi tipi di pubblico, che si aspettano cose diverse ma gli spazi di successo esistono; in definitiva ritengo che la musica cantata in italiano abbia maggior possibilità oggi rispetto a 10-15 anni fa.