Il racconto dell’avvocato 5/5 (2)

Mi presento, sono Alfredo, un avvocato professionista.

Ho trascorso la mia vita nella piena frenesia della città, proprio come un normalissimo cittadino. Da piccolo, quando avevo ancora otto anni, avevo maturato un certo interesse per la natura, in particolar modo per i volatili: mi incantavano tanto i loro colori sgargianti, e i loro suoni, belli quanto i colori.

Andavo spesso con mio nonno nel bosco, a fare delle lunghe passeggiate, portandomi sempre dietro il mio binocolo, per poter osservare al meglio le bellezze che mi circondavano. Con il passare degli anni questa mia passione, fu sommersa da tutte le attività della routine quotidiana, non avevo più molto tempo libero, in più dovevo sempre studiare nel pomeriggio.

Adesso, a quarant’anni, non so per quale motivo, questa vecchia passione è riemersa nel mio cuore. Mi venne quindi voglia di fare una escursione con pernottamento nel bosco, per poter riosservare con occhi adulti, le creature che mi piacevano tanto. Sfruttai la primavera, che porta con se tanti uccelli e organizzai la gita, mi procurai tutto il materiale necessario: una tendina da campeggio, degli scarponi da trekking, una roncola per tagliare legna per il fuoco e arbusti, e per finire l’immancabile binocolo.

Giunse il giorno della tanto sperata escursione, con la auto arrivai fino ad un parcheggio, situato a pochi metri dal terreno boschivo. Caricatomi lo zainone in spalla mi misi in cammino, senza una reale meta ma semplicemente cercando di arrivare il più lontano possibile dalla rumorosa civiltà. Non so neppure io come feci, ma camminai parecchi chilometri, talmente tanto che neanche il frastuono dei veicoli si sentiva più: ero finalmente nella natura selvaggia, in un mondo che avevo trascurato per anni.

 

Ad un certo punto mi si pose un problema: il sentiero che avevo percorso per centinaia di metri era finito, non vi erano più segnali di percorso, pensai stupidamente che era troppo bello per tornare indietro e così andai avanti nel fitto del bosco, a mio rischio e pericolo. Camminai ancora e giunsi ad un terreno che sembrava adatto per piazzarci la tenda.

Così montai la tenda e all’ uscio misi la mia attrezzatura. Tutto sembrava procedere per il meglio tranne per il fatto che il sole era ormai basso e stava per varcare il confine del tramonto. Fui così costretto a prendere la torcia e la roncola e andare a cercare un pò di legna per il fuoco.

Diversamente da come avevo pensato, la fortuna mi si girò di spalle, perchè, dopo aver raccolto una misera catastina di legna, la torcia si guastò. Una nebbia densa e umida impregnò il bosco, bloccando quella poca luce rimanente. Anche se un pò intimorito, comunque sicuro del mio senso del’ orientamento, camminai, cercando di tornare nello spiazzo su cui avevo lasciato le mie cose

Niente da fare, mi ero perso nell’ immensità del bosco, che avevo sottovalutato. Il panico iniziò a stringermi il petto, maledissi a voce alta con le peggiori parole la mia idea di fare un escursione: in fondo, alla mia età non si è più dei giovanotti. Vidi una sagoma scura, grande e definita, strinsi la roncola che avevo in mano, credendo che si trattasse di un qualche animal feroce.

Era solamente una grotta, lunga e stretta, con coraggio entrai: era più calda del’ esterno e proprio per questo motivo decisi di passarci la notte. Con quella poca legna che avevo raccolto accesi un fuoco, abbastanza vicino al’ entrata.

Il buio ormai era padrone del bosco e io potevo solo intuire, dai versi che sentivo, gli animali che li producessero, immaginavo cinghiali intorno alla grotta, forse in cerca di ghiande o radici di arbusti. Avevo sinceramente una normale paura che mi entrasse qualche bestia nel rifugio, ma il sonno pesante abbattè ogni paura e prevalse su di me.

Fui svegliato, credo nel pieno della notte, da un rumore sospetto. Così tutto assonnato mi stiracchiai velocemente e mi diressi, piano piano, all’ uscita della cava rocciosa. Il rumore si fece inquietantemente più forte, pareva il pianto di un bimbo, continuo, senza pause, disperato. Qualche raggio di luna illuminava il manto boschivo, così da permettere ai miei occhi di scrutare il suolo, in cerca del’ artefice di questo suono disgustoso.

Mi gelò il sangue quando mi accorsi che quel verso raccapricciante si era trasformato, in modo quasi impercettibile, in una parola, estremamente personale e inspiegabile: il mio nome. Me lo sarò immaginato, non lo comprendo ancora, ma era proprio così. Non lo sopportavo più, allora corsi alla grotta, per prendere la roncola, con la quale avrei voluto sbarazzarmi definitivamente del problema, o almeno, così speravo.

Impugnata l’ arma da taglio, ero deciso a dimostrare alla mia mente che era solo una civetta stonata a produrre quel suono umano. Camminai in direzione del tormento, con coraggio da leone, che svanì di colpo quando incespicai in un buco e un rovo mi aggredì il polpaccio con le sue affilate spine.

Gridai di dolore, o forse più di spavento, mi accorsi che il suono era cessato, finalmente. Ed ecco che ricominciò, tirai mazzate qua e la, goffamente e l’ artefice del suono se la spassava altrettanto, continuando a emetterlo incessantemente.

Esausto, mi resi conto che stavo facendo sforzi vani, e mi accorsi che l’ essere diabolico si stava avvicinando sempre di più, la luna fu oscurata da una nuvola e non mi restò altro che la fuga.

Corsi via, già con il  fiatone  per gli sforzi precedenti, badando poco ai rovi che mi facevano inciampare e che mi graffiavano malamente le gambe, anche il mostro però in qualche modo mi seguiva. Inciampai ancora e persi i sensi per la botta.

Mi svegliai, era mattina, ero ricoperto di rugiada gelida, come un fiorellino appena sbocciato, davanti a me c’ era la tenda, quella che avevo creduto così distante dalla grotta. Ero pieno di terra e di brutti ricordi, che andai a lavare ad un ruscellino, vicino alla tenda. Dopo essermi lavato per bene, andai a cercare il posto perfetto per potermi piazzare con il binocolo, ad osservare al meglio le creaturine del bosco.

Andò tutto per il meglio e trovai un enorme masso, sembrava fatto apposta !

Fu davvero una bella mattinata, riuscì a scrutare davvero tantissimi uccellini diversi, li conoscevo a memoria. Avvenne però un fatto, che mi fece dimenticare tutte le belle cose della mattina: l’ ultimo pennuto che osservai fu una gazzaladra, nera come il carbone, riuscii anche a trovare il suo nido, su una giovane quercia. Insieme alle pietruzze metalliche di cui il suo nido era cosparso, c’era anche un ciuccio, dello stesso colore delle sue piume.

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